Dall’Italia all’Albania, quando la maggioranza parlamentare diventa uno scudo contro la giustizia
Non è una questione di destra o di sinistra. Non è nemmeno una questione di stabilire anticipatamente chi sia colpevole e chi sia innocente. Questo compito appartiene esclusivamente alla magistratura.
La vera questione è un’altra: può una maggioranza politica utilizzare i propri voti parlamentari per impedire alla giustizia di acquisire elementi, applicare provvedimenti o svolgere pienamente il proprio lavoro?
In Italia, la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le conversazioni tra il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Delmastro non risulta indagato nell’inchiesta, ma i magistrati ritengono quelle comunicazioni utili per le verifiche riguardanti Caroccia. La decisione definitiva dovrà passare dall’Aula della Camera.
La maggioranza sostiene di voler tutelare le prerogative parlamentari. Tuttavia, agli occhi di molti cittadini, il risultato politico appare evidente: i partiti che sostengono il governo dispongono dei numeri necessari per impedire alla Procura di utilizzare quelle chat.
È contro questo muro politico che il Movimento 5 Stelle ha protestato al Senato, occupando simbolicamente i banchi del governo ed esponendo cartelli con la scritta “Fuori le chat”. La seduta è stata sospesa dopo momenti di forte tensione.
In questa vicenda il Movimento 5 Stelle sta facendo il proprio dovere di opposizione. Sta chiedendo trasparenza e sta ricordando che il Parlamento non dovrebbe trasformarsi in uno scudo politico. Michele Gubitosa ha sottolineato che la trasparenza è un valore e che l’Aula non può essere utilizzata per proteggere politicamente qualcuno.
Ma attraversando l’Adriatico troviamo una situazione che presenta inquietanti somiglianze.

Ma attraversando l’Adriatico troviamo una situazione che presenta inquietanti somiglianze.
In Albania, SPAK aveva chiesto al Parlamento l’autorizzazione necessaria per applicare una misura cautelare nei confronti dell’ex vicepremier e deputata socialista Belinda Balluku, già coinvolta in un procedimento riguardante presunte irregolarità negli appalti pubblici. Balluku respinge le accuse e anche in questo caso la sua responsabilità dovrà essere stabilita dai giudici, non dalla politica.
Il 12 marzo 2026, però, il Parlamento albanese ha respinto la richiesta di SPAK: 82 deputati hanno votato contro la revoca della protezione parlamentare, mentre 47 hanno votato a favore. I voti contrari sono arrivati principalmente dalla maggioranza socialista guidata da Edi Rama. L’indagine può proseguire, ma il Parlamento ha impedito l’applicazione della misura cautelare richiesta dai procuratori.
Cambiano i nomi, cambiano i Paesi e cambiano le richieste della magistratura. In Italia si discute dell’acquisizione di alcune chat; in Albania si trattava dell’autorizzazione per una misura cautelare. I due casi, quindi, non sono giuridicamente identici.
Ma il problema politico e morale è molto simile: chi possiede la maggioranza in Parlamento può utilizzare la forza dei propri numeri per proteggere un esponente del proprio schieramento dalle conseguenze di una richiesta della magistratura.
A questo punto la domanda è inevitabile: Giorgia Meloni sta copiando il suo amico e “fratello politico” Edi Rama, oppure è Rama ad avere imparato dall’Italia?
Forse nessuno sta copiando nessuno. Forse stiamo semplicemente assistendo alla stessa malattia del potere: quando un politico è all’opposizione chiede trasparenza, verità e collaborazione con la giustizia; quando arriva al governo, invece, scopre improvvisamente il valore dell’immunità, delle prerogative parlamentari e della protezione istituzionale.
Ai cittadini viene continuamente ripetuto che devono rispettare le leggi, consegnare i documenti richiesti, rispondere alle autorità e collaborare con la giustizia. Ma quando la giustizia bussa alle porte della politica, quelle stesse regole sembrano cambiare.
Non è questo l’esempio che deve arrivare al popolo.
I deputati e i ministri non sono i proprietari dello Stato. Non sono una casta superiore e non sono i padroni dei cittadini. Sono rappresentanti temporanei del popolo, pagati con denaro pubblico e chiamati a dare l’esempio proprio perché ricoprono incarichi di grande responsabilità.
L’immunità parlamentare ha una funzione importante: deve impedire che un magistrato o un governo utilizzino la giustizia per perseguitare politicamente un rappresentante eletto. Ma questa protezione non può diventare una porta blindata dietro la quale nascondere ogni comunicazione, bloccare ogni provvedimento o sottrarre i politici alle verifiche che riguarderebbero qualsiasi altro cittadino.
Non si sta chiedendo al Parlamento di dichiarare colpevole qualcuno. Al contrario, si sta chiedendo alla politica di non sostituirsi ai giudici.
Se Delmastro non ha commesso nulla, saranno le verifiche della magistratura a confermarlo. Se Balluku è innocente, avrà ogni possibilità di difendersi davanti alla giustizia. Ma non possono essere i loro colleghi di partito, attraverso un voto politico, a decidere fino a che punto i magistrati possano procedere.
Perché quando la maggioranza protegge uno dei suoi, il dubbio non scompare: diventa ancora più grande.
Un rappresentante delle istituzioni dovrebbe poter dire: “Non ho nulla da nascondere, fate il vostro lavoro”. Dovrebbe essere il primo a collaborare, proprio perché pretende lo stesso comportamento dai cittadini.
Altrimenti rimane valida la più antica regola dei potenti:
“Fate come vi diciamo, ma non fate come facciamo noi.”
Italia e Albania sono due Paesi diversi, con sistemi giudiziari e regole parlamentari differenti. Eppure, davanti all’uso politico dell’immunità, la distanza tra Roma e Tirana sembra improvvisamente ridursi.
La democrazia non si difende proteggendo i politici dalla giustizia. Si difende proteggendo la giustizia dalle interferenze della politica.
Di Gjergj Yllneshaj
Direttore e fondatore di Diaspora Torinese